Parte 2^ - La Sindrome di Quirra

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Agugliastra.it pubblicherà in più parti l'articolo di Roberto La Paglia dal titolo "La Sindrome di Quirra".
L'articolo ripercorre la cronistoria degli eventi, partendo dalle origini del poligono, attraversando le inchieste e le vicende che hanno e caratterizzato questa controversa storia.

La Sindrome di Quirra

di Robero La Paglia

 

Il motivo del contendere

Per poter rispondere a questo quesito, è almeno doveroso cercare di spiegare chiaramente quale è il motivo di questa contesa, ovvero cosa si intende per uranio impoverito e quali conseguenze sono rapportabili a questo elemento.

L'uranio è notoriamente un metallo pesante, tossico e radioattivo, rintracciabile in piccole quantità nelle rocce, nell'acqua, nell'aria, ma anche nel suolo e in molti organismi viventi; il termine impoverito indica invece una miscela di uranio più povera rispetto alla concentrazione naturale.

Il suo uso, contrariamente a quanto si possa pensare, è abbastanza comune, soprattutto per quanto riguarda la schermatura dalle radiazioni in campo medico e nelle applicazioni aerospaziali.

Nonostante la sua radioattività sia sempre stata considerata di "basso livello", non sono stati pochi i casi di tumore, tra cui il linfoma di Hodgkin, registrati sia tra il personale civile operante nelle basi militari, sia tra i militari stessi.

L'utilizzo di uranio impoverito in ambienti militari si riferisce alle munizioni anticarro e alle corazzature di alcuni sistemi d'arma; in ogni caso il suo costo molto limitato lascia pensare che venga utilizzato in maniera massiccia già dagli anni Sessanta da parte delle forze armate statunitensi.

Queste teorie, pur se avallate da numerosi ragionevoli dubbi, non hanno mai trovato piena conferma; i documenti ufficiali dei vari Ministeri della Difesa hanno sempre, ripetutamente negato l'uso di uranio impoverito, così come hanno fatto gli alti vertici militari.

Nonostante ciò abbiamo conferma che quasi trecento tonnellate di uranio impoverito sono state esplose durante la Guerra del Golfo, tenendo conto che ogni proiettile di cannone o d'aeroplano ne conteneva circa 272 grammi.

Lo stesso problema si è presentato in Bosnia e durante la Guerra del Kosovo; gli stessi militari conoscono bene i proiettili in questione, tanto da avergli attribuito anche un nome entrato ormai a fare parte del loro gergo, "API", ovvero Armor Piercing Incendiary Ammunitions, che tradotto suona pressappoco come: munizioni incendiarie perforanti.

Unico tentativo di disciplinare l'uso di uranio impoverito negli ambienti militari venne effettuato nel 2001 dal capo del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia Carla del Ponte; la sua proposta di considerare queste armi e il loro uso come un vero e proprio crimine di guerra venne però bocciata, in ragione del fatto che non esiste alcun trattato ufficiale in merito e non esistono leggi internazionali che vietino l'uso delle armi fabbricate con uranio impoverito.

A questo punto sarebbe anche lecito pensare: se nessuno ha mai sentito il dovere di regolare questa materia, probabilmente non sarà poi così pericolosa come si pensa; in realtà il vero problema risiede proprio nella sua pericolosità, che però viene enormemente mitigata da un costo di produzione così basso da riuscire a bocciare sul nascere qualsiasi trattato ufficiale o legge internazionale.

Quando un proiettile incendiario perforante colpisce il suo obiettivo, buona parte dell'uranio impoverito prende fuoco, frammentandosi in tante piccole particelle; in seguito, vista anche la loro lunga capacità di sopravvivenza, queste particelle potranno essere inalate o ingerite, potranno muoversi nell'acqua o spostarsi nell'aria.

Per avere un'idea del problema, basterà leggere i test effettuati sul campo dall'esercito statunitense: quando un penetratore all'uranio impoverito colpisce il proprio obiettivo, in questo caso un proiettile da 120 millimetri contro un bersaglio corazzato, vengono liberati da uno a tre chili di polvere di uranio radioattiva!

Veniamo adesso agli effetti che una tale situazione può avere sull'uomo: come abbiamo già visto l'uranio impoverito è un metallo pesante radioattivo; anche se la statistica puntualizza che gli effetti nocivi si scatenano soltanto in presenza di una inalazione diretta, o nel caso venga ingerito, basterà soltanto per un attimo visualizzare lo scenario di uno scontro in guerra per capire come tutte queste possibilità siano altamente probabili.

Effetti disastrosi

Non si può pienamente comprendere la Sindrome di Quirra se non si conoscono gli effetti dell'uranio impoverito sull'uomo; il principale organo interessato è il rene, le particelle di uranio, infatti, si depositano nel tubulo renale, entrando in interazione con il tubulo prossimale, ovvero con quella parte del rene deputata al riassorbimento di sostanze quali i solfati, i fosfati, l'urea, gli aminoacidi, le vitamine e alcuni tipi di farmaci, tutti componenti che in seguito verranno degradati.

In tal modo l'uranio entrerà in sinergia con le membrane delle cellule apicali dell'epitelio tubulare, provocando le patologie che sono state frequentemente riscontrate durante la Guerra del Golfo.

Nonostante questa interazione sia stata ampiamente provata, in campo medico non tutti sono concordi sugli effetti dell'uranio impoverito; esiste da un lato una ampia statistica che dimostra l'assenza di conseguenze patologiche nei lavoratori coinvolti in incidenti nelle centrali nucleari, così come si tende a minimizzare i rischi per i militari; ben diversa è però la situazione quando il discorso si sposta sulla popolazione civile, poiché l'uranio lasciato sul campo di battaglia viene trasportato dal vento, può contaminare le falde acquifere e perfino entrare a far parte della catena alimentare.

In tal senso esistono numerose documentazioni di contaminazione ambientale riscontrata vicino ad alcune industrie americane che producono proiettili all'uranio impoverito, e che erano solite sotterrare gli scarti della lavorazione.

Le manifestazioni a breve termine sono solitamente nausea, vomito e forte indebolimento; nel caso di frammenti o particelle entrate nel corpo attraverso ferite gli effetti possono presentarsi anche dopo decenni e si concretizzano in danni al fegato, decadimento dei tessuti, anemia, neoplasie ossee, e anomalie cromosomiche nei neonati, malformazioni fetali, ma questi sono soltanto una parte di un lungo elenco.

 

Fine II Parte

 

Letto 16732 volte Ultima modifica il Giovedì, 19 Gennaio 2012 14:48

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